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Pinerolo e il suo territorio

Data di aggiornamento di questa pagina: 09/12/2012 17:09

Il Palazzo detto dei Principi d'Acaia o Castel Nuovo

Un monumento da salvare

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Palazzo dei Principi d'Acaia

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Nelle incisioni e nelle stampe secentesche è rappresentata la torre cilindrica merlata del palazzo (evidenziata in rosso). A sinistra c'è il campanile della chiesa di San Francesco, a destra la torre del palazzo comunale; entrambe le costruzioni non esistono più: la chiesa fu abbattuta agli inizi dell'Ottocento, il palazzo comunale nei primi mesi del 1669 per far posto alle fortificazioni della cittadella.

Palazzo dei Principi d'Acaia

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La torre cilindrica che sormontava il palazzo fu in parte demolita, tuttavia dall'esterno se ne può ancora vedere una porzione. Non è da escludere che fosse stata danneggiata, e con essa il palazzo, nel bombardamento di Pinerolo — allora francese — a opera dei Piemontesi di Vittorio Amedeo II di Savoia tra il 25 e il 29 di settembre del 1693, e in seguito a ciò ridimensionata durante le riparazioni dell'edificio(2).

Palazzo dei Principi d'Acaia

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Veduta del palazzo da via al Castello. A sinistra della prima finestra a ogiva si vede la lapide di cui si parla nel testo.

Palazzo dei Principi d'Acaia

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Un'altra immagine della facciata che dà su via al Castello; nella sezione con i mattoni a vista, l'antico forno occupava i locali al piano terra, sotto le finestre ad arco gotico. I mattoni della parte bassa dell'edificio si stanno sbriciolando.

Palazzo dei Principi d'Acaia

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Accanto al locale del forno, a destra, c'è uno stanzone di forma quadrangolare irregolare con una colonna in mezzo (non al centro) a cui si accedeva dalla via attraverso questo (un tempo) bel portone, ora parzialmente murato, ma di cui si vedono ancora le colonne laterali con capitello in pietra.

Palazzo dei Principi d'Acaia

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Decorazioni in cotto che ornano il palazzo lungo via al Castello. Purtroppo non sono tutti in buone condizioni, come appaiono in questa fotografia e in quella piccolina a destra, ma spesso sono rosicchiati o del tutto scomparsi.

Palazzo dei Principi d'Acaia

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La sezione posteriore (lato nord-est) del palazzo ripresa da vicolo Madonna delle Grazie. Si noti il piccolo tratto della cinta muraria medievale — che divideva la parte alta della città dalla parte bassa — affiancata sulla destra dalla stretta e ripida via dei muri.

Palazzo dei Principi d'Acaia

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La sezione aperta verso sud-ovest del palazzo, volta verso il Monviso, come scrive De Amicis. Alle sue spalle, la parte superiore del campanile della basilica di San Maurizio. La foto è scattata da via Jacopo Bernardi.

Palazzo dei Principi d'Acaia

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Particolare della foto 8: la loggetta con colonnine che, dal terzo livello del palazzo, dà sul piccolo giardino interno. La foto è scattata da via Jacopo Bernardi.

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Fonte delle notizie Nota. Quasi tutte le notizie di queste pagine sono tratte da
b→[Marco Calliero, Dentro le Mura] e
b→[M. Calliero e Viviana Moretti, Il palazzo "Acaia" di Pinerolo. Gli affreschi],
quest'ultimo scaricabile dal sito della Società Storica Pinerolese.
Se volete maggiori informazioni sull'argomento e accurati richiami bibliografici, fate riferimento a questi due ottimi lavori.

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L'edificio potrebbe risalire al Trecento — l'ipotesi si ricava dall'esame degli elementi architettonici — ma non si conoscono documenti appartenenti a quell'epoca, o eventualmente precedente, che ne attestino la nascita o l'esistenza. Le prime informazioni certe circa la sua presenza si evincono dal liber consignamentorum (catasto) di Pinerolo del 1428.

Il cosiddetto "palazzo dei Principi d'Acaia" è il più grande e articolato edificio civile d'epoca medievale della città sopravvissuto alle dominazioni francesi; da anni versa in pessime condizioni per incuria e abbandono.

La pianta del palazzo ha la forma di una tozza «U» aperta verso sud-ovest (facilmente riconoscibile nell'immagine satellitare di figura 1, qui sotto) la cui superficie interna è un cortile dal quale si accede al palazzo.

L'edificio si sviluppa su cinque livelli che, a causa della pendenza del terreno su cui è costruito, si traducono in cinque piani effettivamente sovrapposti soltanto in una parte della sezione posteriore del palazzo, quella rivolta a nord-est (foto 7).

Nel 1883, Edmondo De Amicis visitò il fabbricato — allora Ospizio dei Catecumeni — in occasione di uno dei suoi soggiorni estivi pinerolesi dai quali scaturì l'opera b→Alle Porte d'Italia. Lascio alla sua buona penna aggiungere alcuni particolari architettonici dell'edificio:

Il palazzo ha press'a poco la forma d'un bidente rettilineo con l'apertura volta verso il Monviso [foto 8]; un piccolo cortile nel mezzo, un piccolo giardino davanti. I tre corpi dell'edificio son disuguali d'altezza. L'unica cosa che si riconosca d'antico, a primo aspetto, è nel corpo più basso, uno stretto porticato a tre archi schiacciati, il quale sostiene una loggetta [foto 9], sul cui parapetto si alzano delle colonnine leggere che sorreggono un tetto a larga gronda, congiunte fra loro da grandi persiane claustrali(1).

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Il contesto urbano. La figura 1 qui sotto rappresenta l'area intorno al Palazzo dei Principi d'Acaia (il nord è in alto) ed è ottenuta sovrapponendo a una fotografia satellitare i nomi attuali delle vie circostanti (in bianco), i nomi medievali (in giallo) e alcuni elementi urbani che non esistono più o di cui rimangono soltanto poche tracce.

Palazzo dei Principi d'Acaia

Figura 1
Il contesto urbano moderno e medievale
In questa sovrimpressione sono raccolti tutti gli elementi toponomastici moderni e medievalifotografati nel catasto del 1428 — dell'area intorno al palazzo dei Principi d'Acaia: è subito evidente che la trama viaria è cambiata poco nel tempo. Vi sono riportate altresì alcune strutture ed edifici di epoca medievale che attualmente non esistono più (la capella, la porta Dorerii) o di cui rimangono soltanto poche tracce (mura e portici).

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Figura 1

Il contesto urbano del palazzo dei Principi d'Acaia
La pianta del palazzo ha la forma di una massiccia U quasi capovolta, aperta verso sud-ovest; l'edificio è ben riconoscibile al centro dell'immagine satellitare, un po' spostato a sinistra.

Elementi comuni
La torre che si ergeva alta e coronata di merli sopra il palazzo (foto 1) è stata mozzata, come si vede nella foto 2.
Il breve portico a tre arcate, sormontato da una loggia, è nella sezione sud-est e dà sul cortile interno.
La sala degli affreschi si trova al secondo piano della sezione nord-ovest.
Il pozzo in mattoni risale al medioevo e si trova in via Principi d'Acaia ai piedi della scalinata (via Calosso) che porta al palazzo.

La toponomastica odierna
Via al Castello lambisce il lato sud-est del palazzo; è la continuazione di via Jacobino Longo e sbuca in via Principi d'Acaia: anche la toponomastica perpetua l'errore storico di considerare il palazzo come un castello.
Via Principi d'Acaia è la strada principale che, oggi come un tempo, attraversa il centro storico da sud a nord; il nome in questo caso è opportuno giacché percorrendola si raggiungeva il Borgo di Pinerolo e il vero castello in cui risiedevano i Savoia-Acaia.
Via Calosso è una scalinata che dal pozzo di via Principi d'Acaia sale al Palazzo.
In vicolo Madonna delle Grazie proseguivano le mura medievali.

Toponomastica ed elementi medievali
La toponomastica è riferita al catasto del 1428.
La ruata Thome Martelli si apriva dove ora c'è il portone che immette nell'edificio, di fronte alla scalinata di via Calosso.
La porta Dorerii (porta degli Orafi) apriva un varco nelle mura (foto 6) mettendo in comunicazione la parte bassa di Pinerolo (il Piano) con i quartieri alti e nobili della città (il Borgo); a nord di essa, la via era porticata da entrambi i lati.

Il contesto urbano moderno e medievale
In questa sovrimpressione sono raccolti tutti gli elementi toponomastici moderni e medievali dell'area intorno al palazzo dei Principi d'Acaia: è subito evidente che la trama viaria è cambiata poco nel tempo. Vi sono riportate altresì alcune strutture ed edifici di epoca medievale che attualmente non esistono più (la capella, la porta Dorerii) o di cui rimangono soltanto poche tracce (mura e portici).

Copyright delle immagini Avvertenza. Per avere notizie sul copyright delle immagini satellitari, si consulti al sezione delle Info dedicata alle immagini.

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Il contesto storico. Bisogna fare subito una premessa: il nome dato al palazzo è improprio, i Principi d'Acaia non vi hanno mai avuto la residenza. L'equivoco nasce da una errata interpretazione dei documenti antichi e da una incompleta conoscenza della Pinerolo medievale degli storici locali dell'Ottocento. La vera dimora dei Savoia-Acaia era il castello, abbattuto tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, che sorgeva sulla collinetta vicino a San Maurizio.

Non si esclude che in origine il palazzo potesse appartenere a una sola famiglia, ma nel catasto del 1428 appare frazionato in appartamenti di proprietà di alcune famiglie abbienti. Una di queste possedeva il forno e i locali sopra di esso, per intenderci, l'appartamento che ha le finestre ad ogiva che si aprono su via al Castello e il locale sottostante (foto 3 e 4).

Non conosciamo documenti cinquecenteschi che ci permettano di risalire ai proprietari o all'uso del palazzo in quel secolo, ma una fonte del 1664 ci fa sapere che l'edificio, di cui era stato proprietario il conte Mede di Campiglione (quando?), apparteneva all'Ospedale grande di Pinerolo (da quanto tempo?), che lo affittava a un certo Ludovico Solaro.

Sempre nel XVII secolo, e precisamente nel settembre del 1693, il palazzo subì danni a causa del bombardamento della città da parte dell'esercito piemontese (si veda la didascalia della foto 2).

Un catasto del 1775 precisa che l'ospedale di San Giacomo in Pinerolo è il proprietario dell'edificio.

Nell'Ottocento fu prima ospedale per i poveri, poi fu dato in affitto ad alcuni privati e infine divenne Ospizio dei Catecumeni con funzioni successive — si è nel maggio del 1899(2) — di ricovero di mendicità per gli inabili al lavoro del circondario.

All'esterno del palazzo, una lapide quasi illeggibile ricorda il restauro eseguito nel 1865 dai preposti dell'Ospizio dei Catecumeni:

I Sabaudi Principi di Acaia e di Morea/reggendo/per CXVIII anni in Pinerolo/le cisalpine Province/con varia fortuna di armi e di possedimenti/qui per un secolo/ebbero stanza/da Filippo nel MCCCXVIII fondata/che/patiti danni di tempo e di uomini/segno monumentale/di circostanti ruine/dai preposti alla famiglia dei Catecumeni/nel MDCCCLXV/restauravasi

Come si legge, vi si conferma l'errore di considerare l'edificio dimora dei Principi d'Acaia.

Una ventina d'anni dopo la data della lapide, nell'agosto del 1883, Edmondo de Amicis, come già detto, visita l'Ospizio dei Catecumeni — allora diretto dal canonico Chiabrandi — e, sull'edificio e sui suoi antichi occupanti, scrive un intero capitolo che intitola I Principi d'Acaja. Leggiamone l'incipit:

Pinerolo, agosto 1883
Era un pezzo che desideravo di visitare quel vecchio palazzo, il quale mi mostrava tutti i giorni i suoi merli rossi di là dai pini e dai cedri del giardino della bella marchesa Durazzo. Uno strano edifizio, veramente, d'una forma che non riuscivo da nessuna parte ad afferrar intera con lo sguardo; coronato di certi merli bizzarri da castello di palco scenico; carico di secoli, e pure colorito di fresco, e triste a vedersi come un cadavere imbellettato: e poi, nascosto là in un canto solitario di Pinerolo, in mezzo a casette misere(3) e a vicoli in salita, irti di sassi enormi e corsi da larghi rigagnoli sonori. Non ci avevo mai visto intorno che ragazzi scalzi e processioni di pulcini, e qualche vecchio sonnacchioso, accucciato davanti a una porta, il quale non sapeva certamente chi avesse abitato una volta tra quei muri, più di quello che lo sapessero l'erbe che gli verdeggiavan tra i piedi. - Che diavolo ci ha da esser là dentro? - Mi domandavo. [...]

Dopo lo stupore per l'insolita forma, per l'aspetto dimesso e per la posizione un po' defilata dell'edificio, De Amicis incomincia a manifestare qualche perplessità su ciò che evidentemente gli avevano raccontato gli storici locali dell'epoca circa i primi residenti del palazzo:

[...] Ma chi può dire quale fosse la forma e l'ampiezza del palazzo nel secolo decimoquarto? Per quanto si sappia che vivevano pigiati, [...], è difficile credere che tutta la famiglia dei Principi, e gli ufficiali, e i servi, e gli ospiti principeschi che eran frequenti, vi capissero(4). [...] Ma come! Vien fatto di dire entrando: di qui fu governato per cent'anni il Piemonte? Qui si ricevettero i legati del Pontefice e gli ambasciatori dell'Impero? [...]

Ora sappiamo che i dubbi dello scrittore erano più che ragionevoli.

In seguito, e arriviamo al Novecento, nel palazzo si ricavarono piccoli alloggi che, dopo la seconda guerra mondiale, vennero usati come parcheggio per immigrati in attesa di una sistemazione migliore.

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Decorazioni in cotto

Situazione. Da molti anni il palazzo è disabitato e ciò rappresenta al contempo la sua fortuna e la sua sfortuna. La fortuna è che, se rimane vuoto, si evitano ulteriori danni ai muri o ai pavimenti con interventi non adeguati alla dignità storica dell'edificio; d'altra parte, e questa è la sfortuna, non viene effettuata neppure la manutenzione ordinaria e già l'umidità, le infiltrazioni d'acqua e il naturale invecchiamento dei materiali da costruzione hanno cominciato la loro personale opera di restauro, che non è certamente quella auspicabile.

Le fotografie 3, 4 e 5 mostrano che la facciata su via al Castello, anche se degradata, è ancora molto bella e le finestre del piano intermedio, in parte a ogiva e in parte rettangolari, sono incorniciate dalle decorazioni in cotto visibili nel particolare qui accanto. Altre decorazioni (v. foto 6) corrono lungo la via, sotto le finestre del primo piano.

Prima di qualsiasi intervento di restauro, il fabbricato dev'essere urgentemente messo in sicurezza (ci sono già stati crolli interni di controsoffittature) poiché ormai rappresenta un serio pericolo anche per le case vicine.

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E poi ci sono gli affreschi... (sarà il tema della prossima pagina).


(1) le persiane claustrali non ci sono più.

(2) maggio 1899, si veda b→[T. Rolando, Cronistoria di Pinerolo].

(3) casette misere. Al giorno d'oggi le casette misere di cui parla lo scrittore ligure non sono più tali, anzi alcune sono ben restaurate e preziose, e la costruzione più misera è proprio il nostro palazzo.

(4) capissero, in questo contesto, significa «riuscissero a essere contenuti».

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